Un mercante dell’Italia settentrionale al tempo di Giustiniano




                                    

Facciamo una passeggiata nel passato, all’epoca di Giustiniano e all’incirca intorno al 560: immedesimiamoci nell’atmosfera del tempo a cavallo tra gli ultimi bagliori dei secoli d’oro dell’Impero Romano ed il tetro futuro che avrebbe di lì a poco preso il sopravvento annientando per qualche secolo commercio e vita sociale.



Giustiniano racchiudeva in sé l’orgoglio d’essere ancora considerato un Imperatore Romano (l’ultimo forse...) e d’essere nel contempo già platealmente solo Orientale in molte delle sue manifestazioni esteriori. Sappiamo bene che tutta la sua politica sociale ed economica (oltre che militare) ha risentito di questa ambiguità di fondo.



Corpus Iuris Civilis in un'edizione del 1748
Il Corpus Iuris Civilis è indiscutibilmente un’opera Romana per come è scritta e come è concepita. Gli stessi autori arrivano per lo più dalla scuola di Beirut, valente colonia della città eterna e la sua applicazione resterà un fondamento ad occidente, dimenticata ad oriente, sarà ripresa e immortalata da dotti scienziati giuristi per ribadire la superiorità degli Imperatori Germanici dall’anno mille in poi e per la crescita dello Ius Commune delle genti che abitavano le sue terre.


L’immensa pianura Padana imperiale che s’estendeva sull’asse delle sue due grandi città, sedi imperiali in diversi tempi, Milano e Ravenna, farà da sfondo al simpatico viaggio attraverso usi e costumi delle tradizioni settentrionali.


Il nostro baldo amico del tempo si chiama Ippolito e di professione fa il commerciante, ha la sua brava famiglia e una buona attività che riguarda la compravendita soprattutto di utensili da lavoro e d’armi ma non disdegna di far mercato anche di stoffe, pietre preziose o monili.


È a suo modo un innovatore, per quanto i tempi lo permettano, ha una sua piccola officina e viaggia anche attraverso l’Impero od oltr’Alpe.


Avendo una florida attività e alcune rendite fondiarie, il nostro buon Ippolito deve anche pagare le giuste tasse all’amministrazione provinciale bizantina. 


Egli sa che deve pagare annualmente un canone regolare in base alla sua rendita catastale circoscritta e attestata da messi giudiziari, lo fa volentieri anche perché in qualche modo si ritiene garantito e protetto dalle leggi.


Vero anche che in questo periodo storico molti proprietari terrieri in barba alle leggi usano il sistema d’alienazione delle stesse al fine di non pagare imposta, metodo ereditato dai possidenti romani dei secoli precedenti, ma normalmente gli ufficiali imperiali preposti sono molto severi e gli amministratori colpiscono senza peraltro quasi mai abusare del loro potere.



Mosaico di Giustiniano a Ravenna
Il suffragium è tuttavia cosa comune nel centro e nel sud dell’Italia mentre a nord è più difficile, anche perché spesso, nel primo caso, la carica d’amministratore viene comprata per poter sfruttare meglio le leggi mentre, nel secondo, la continua guerra con le popolazioni germaniche non consente di lasciare tale incombenza in mani private ma in mano ai militari che più difficilmente si lasciano corrompere.


Sì, è vero: sono appena finite le guerre distruttive tra Goti e Bizantini e gli eserciti calpestano il suolo coltivabile e razziano le materie prime prodotte ma, tutto sommato, pur con qualche difficoltà, Ippolito si barcamena nella sua attività rendendosi utile di volta in volta o agli invasori o ai difensori.


E qui sta l’abilità del nostro amico mercante, cresciuto a una scuola dura. Egli sa leggere, scrivere e far di conto quanto basta: la scuola pubblica bizantina lo ha istruito regolarmente ed egli ha appreso tutto ciò che gli è stato sufficiente per progredire nelle sue capacità d’adattamento.


La moglie Enilde, di chiare origini germaniche, e i suoi due figli Edelgardo e Servio, oramai in età più che adolescenziale, l’aiutano nel commercio e lo seguono nei giri per le terre vicine. Infine Olimpia, la piccola di casa, si cura di tenere sempre in ordine la bottega insieme alla madre.


La popolazione rurale e quella delle città imperiali non è certo del tutto felice perché giorno dopo giorno deve vivere senza poter pensare a costruire un futuro migliore: spesso il passaggio dalla vita alla morte è un fattore decisamente fortuito e banale, per cui è meglio non farsi troppe illusioni che già la vita è breve, figuriamoci se si può pensare ad altro che la sopravvivenza.


Eppure i valenti artigiani della nostra famiglia, a loro modo, sviluppano nuove tecniche nella costruzione e nella creazione di strumenti utili alla gente, siano essi armi o utensili per il lavoro. Per tutti Ippolito ha pronta una lancia, una mazza, una scure a doppia lama e, se si hanno più denari, anche una bella spada. Queste armi vengono poi tenute nascoste e tirate fuori nel caso si debbano difendere i propri cari ed i propri averi.


Ippolito non sfrutta mai la gente, sa che un nobile può pagarlo di più se il lavoro viene fatto bene, ma sa anche che il contadino compra da lui armi per difendersi, utensili che gli consentano di vivere dignitosamente. Sfruttare il povero sarebbe contro i suoi interessi economici.



Botteghe in epoca romana
Ci sono inoltre fiere dove portare il surplus della produzione, o grandi città come Milano o Ravenna, dove presentare la mercanzia ritoccata nel prezzo quel tanto da permettergli buoni guadagni e pagare le imposte dovute all’erario imperiale.


Entrambe la città fagocitano quasi tutto ciò che viene prodotto dalle terre circostanti e spesso non basta per cui, una volta varcate le mura del borgo, si riesce a vendere di tutto in abbondanza.


L’Istria e parte delle terre venete dell’est, ad esempio, “nutrono” la capitale occidentale, specialmente con prodotti come l’olio, il vino e il garum, tre prodotti indispensabili per ogni buon bizantino o abitante dell’impero. In special modo il garum istriano è conosciuto come d’ottima qualità e molto ricercato.


Nella capitale Ravenna, il potere, ed Ippolito lo sa bene, è fermamente nelle mani del patriziato laico, un po’ furbo, un po’ istrione ma fondamentalmente ligio alle direttive di Bisanzio anche se in qualche modo cerca d’attuare una sua politica locale sempre in ottemperanza alla Pragmatica Sanctionae.


Ma Ippolito, girando per il lungo ed il largo nel settentrione si dirige anche verso ovest e conosce Milano, dove vende bene e guadagna altrettanto bene, spesso risale il grande fiume che attraverso i canali secondari lo porta nel centro cittadino, non gli costa neanche tanta fatica, qualche giorno di provviste e via, è abbastanza sicuro, perchè sulla chiatta i banditi non possono rapinarlo e spesso ci sono anche dei soldati che si spostano, sa che deve pagare ogni tanto qualche moneta per avere “favori” particolari come il posto a sedere o un riparo se piove ma in fondo non se ne cura molto.


E poi è un'utile esperienza anche per uno dei due figli che infatti l’accompagna, mentre l’altro rimane a casa nel caso succedesse qualcosa.


Ippolito insieme a Edelgardo sta appunto tornando da una fiera sul Po quando entra in contatto con una pattuglia di militari imperiali, che vedono le buone armi invendute e chiedono il prezzo.


Consuetudine comune al tempo, infatti le province devono poter far fronte al nemico senza contare sull’aiuto dell’amministrazione centrale, dispongono di danaro da spendere e possono comprare senza bisogno di nulla-osta particolari: l’accordo tra le due parti è semplice ed il pagamento immediato, cosi entrambe le parti sono soddisfatte, una per la vendita l’altra per l’acquisto.


Di solito i militari pagano il nostro mercante con il semissis ed il tremissis, cioè mezzo soldo o un terzo del soldo (solidus) o bisante imperiale, ma normalmente egli ha una buona sacca di monete d’argento e bronzee per le transazioni locali e provinciali.




Tremissis
Il semissis ed il tremissis vengono tenute in grande considerazione perché sono le monete della riforma economica di Giustiniano, importante tappa per una buona ripresa amministrativo-commerciale.


Per quanto riguarda il soldo, Ippolito non lo usa, vuoi perché la sua merce non ne richiede l’utilizzo per transazioni minime, vuoi perché l’amministrazione imperiale tende ad acquisire tutti quelli in circolazione per farli convogliare a Bisanzio e da qui verso i mercati orientali che privilegiano l’oro anzichè altri metalli meno nobili e per accaparrarsi le derrate ne occorrono molti su quei mercati.


Che poi queste monete prendano il volo durante i viaggi sulle carovaniere caspiche o iraniche non deve trarre in imbarazzo, esse vengono sostituite da quelle d’argento senza alcun problema.


Comunque anche Ippolito tramuta alcune sostanziose rendite in monete d’oro e gelosamente li nasconde in qualche luogo buio e solitario della casa: ha tre figli e vuole che siano tutti felici, è un bravo padre ed oltre alla buona bottega cerca di lasciare loro anche qualche miglioria.


Poi è solito regalare ai figli monete d’oro per qualche importante avvenimento, è caparbio e lo fa sempre con estrema naturalezza.


Per la moglie ha in serbo una sorpresa: da un amico mercante che traffica oltre le Alpi ha acquistato una collana d’ambra di notevole fattura fatta nel lontano nord, nelle terre fredde: nelle terre baltiche quest’arte è la regola.


Gli è costata molto, ma quando sua moglie Enilde l’indosserà per lui sarà come se lei fosse una Regina o un’antica principessa Romana, beh, in fondo si rifarà sulla vendita della prossima spada, magari gabolando un po’ sul peso dei preziosi incastonati nell’elsa della stessa.


L'istruzione nell'antica Roma
Egli però non vuole fare mancare l’istruzione ai figli, anche loro hanno imparato l’indispensabile nelle scuole pubbliche, e nei momenti liberi dal lavoro li manda ad apprendere qualcosa in più da uno maestro ateniese. Pherseo, che cacciato dalla legge di Giustiniano contro i filosofi della capitale greca ha trovato rifugio da queste parti.

Viene dalla Licia, una zona dell’Anatolia di fronte a Cipro, una zona mediterranea ed è un brav’uomo, magari un po’ suonato o eccentrico per il modo di vivere usuale di queste zone ma non fa male a nessuno ed oltretutto è molto simpatico.


Tiene le sue lezioni sotto una pianta o vicino a qualche pergolato d’estate e in qualche masseria nei mesi freddi. In realtà lui dovrebbe insegnare solo la filosofia ma capendo anche le esigenze della gente della Padania, fa si che le sue lezioni siano intrise anche di sano buon senso rurale.


I figli di Ippolito ed altri giovani lo seguono attentamente anche perché pagano la loro quota e da bravi commercianti cercano d’apprendere il più possibile.


Certo non è possibile per loro avere una cultura raffinata anche se qualche libro riescono ad acquistarlo, ma possiamo dire che essi si ritengono fortunati di poter avere almeno quelle poche ma sostanziali informazioni.


Per tutta la nostra famiglia viceversa è molto importante conoscere il diritto e tutto ciò che compete ai vari amministratori e messi giudiziari.


Spesso da una piccola dimenticanza può nascere una disputa dagli esiti anche fatali ed è giocoforza per loro imparare bene l’uso delle consuetudini e delle leggi.


Essi sanno che è stata varata una nuova riforma che ha sconvolto il mondo conosciuto, non si peccano certo d’interpretare quelle leggi o di studiarle. Oltre agli incaricati statali solamente i rappresentanti della Chiesa possono esserne a conoscenza anche perché scritti in latino, lingua che oramai il popolo non usa quasi più.


Si parlava molto nei borghi dei codici emessi da Giustiniano e delle sue novelle.


Grazie al Cielo, Ippolito non ha mai avuto problemi con la giustizia, anche perché molti dei suoi clienti sono ricchi signori della zona che l’hanno preso a ben volere e spesso egli si ferma da loro a mangiare dopo una fornitura di utensili o di preziosi.


Proprio in una di questi pranzi insieme ai due figli, presso il duca delle terre circostanti, ci si è intrattenuti a parlare sul caso giudiziario del momento.


Un ricco mercante e buon amministratore di rendite, Malvezzo, conosciuto e stimato da tutti nobili e popolo, è stato citato in giudizio da un funzionario imperiale considerato inetto e vessatorio. Malvezzo, a suo giudizio non avrebbe ricavato una somma cospicua ed idonea da una vendita di terreni.


Si sa che in giudicato egli pur innocente perderebbe, troppo il potere in mano al funzionario provinciale e così egli s’è rivolto allo stesso duca al desco con Ippolito ed ad altri nobili e maggiorenti cittadini per avere aiuti nella disputa.


Lo stesso comandante militare bizantino della guarnigione stanziata presso il borgo si dice pronto ad assumere la difesa di Malvezzo perché oltre a credergli, ritiene il funzionario una persona capace solo di far male alla politica imperiale e questo, si sa, dopo la riforma, è ritenuta cosa inammissibile da Giustiniano.



Praetor
Egli proprio per questi motivi ha creato la figura del praetor plebis o praetor populi, cioè d’un giudice garante dell’autonomia del potere giudiziario sopprimendo la carica di praefectus vigilum oramai desueta ed incomprensibile alla gente comune e rurale.


La vecchia carica aveva ben pochi aspiranti, sia per la pericolosità (le minacce erano all’ordine del giorno e dalle minacce alla morte correva davvero ben poco spazio temporale) sia perché scarsamente retribuite, il che portava inevitabilmente l’incaricato a cercare guadagni in maniera diversa.


La nuova invece, varata dopo la rivolta di Nika, dava maggiore spazio d’azione al nuovo giudice e lo rendeva scevro dalle possibili collusioni con la malavita, e poteva sempre rivolgersi al comandante militare di zona.


Insomma, ogni cosa è pronta per un processo che tutti gli amici del borgo aspettavano con ansia per poter constatare se le nuove leggi funzionavano veramente.


Il funzionario inetto capisce che l’aria è decisamente cambiata tanto da cercare la fuga nottetempo ma individuato e fermato da una solerte pattuglia che sorvegliava la mura cittadine si trova ora in una posizione alquanto sospetta.


E viene il giorno atteso anche perché s’è fatto un gran parlare del caso e tanta gente viene anche dalle terre vicine.


Sono arrivati anche dei dignitari direttamente da Ravenna con ordini severissimi per il praetor plebis: egli e’ diventato agli occhi di tutti e per Giustiniano soprattutto la reincarnazione del vecchio giudice romano e soprattutto del suo prestigio passato (tant’è che egli evidenzia apertamente le differenze tra il nome in latino e quello greco che inevitabilmente finisce in second’ordine, dietro le quinte e probabilmente usato solo ad oriente).


In effetti il processo sta seguendo una strada ampiamente prevista, Malvezzo espone i fatti con lucidità e testimonianze importanti, come quelle del Duca e del Comandante militare, quello d’altri onesti cittadini. Il funzionario, al contrario, non risponde in maniera coerente e spesso non riesce nemmeno a comprendere qual è il suo discorso e come deve giustificarsi.


Il praetor plebis non ha difficoltà ad emettere la sentenza, Malvezzo viene riconosciuto pienamente innocente ed il funzionario destituito d’autorità ed imprigionato in attesa del giudizio sul suo operato.


Ippolito ora è contento, va dall’amico e si congratula con lui, poi con i figli decide che è tempo di festeggiare con una buona bevuta, ma sa anche che non sarà sempre così, e non sempre prevarrà la giustizia, lui è un uomo con i piedi per terra, sa che questa volta è stato lo stesso imperatore tramite i suoi emissari a volere un processo giusto, ma se lui morirà cosa accadrà ?


E cosa accadrà se i Goti ritorneranno in queste terre ?


Tutte domande difficili per gente come Ippolito, lui deve vivere alla giornata e non può permettersi il lusso di divagare: oggi ha vinto la giustizia domani si vedrà.


Il comandante militare vede la famiglia e si ferma a chiacchierare con i componenti in taverna davanti ad un bicchiere di vino.


La sua guarnigione avrebbe bisogno di nuove reclute, magari anche di buoni ufficiali, e i due figli di Ippolito sembrano promettere bene. Inoltre hanno anche una buona istruzione e questo faciliterebbe il lavoro da svolgere, di natura poliziesca, secondo i nuovi canoni della riforma dell’imperatore che da importanza strategica alla milizia (leggi polizia) locale.


La paga è interessante e le prospettive buone, certo Ippolito preferirebbe vedere i suoi due figli proseguire il commercio famigliare ma come dire no allo spirito d’avventura che è insito in ogni giovane.


Edelgardo e Servio sono estasiati dalle parole del comandante, ma guardano negli occhi il padre e chiedono di pensarci, dei due Edelgardo si lascerà convincere e Servio rimarrà in famiglia.


Ippolito è comunque felice, un figlio nella milizia provinciale è una sicurezza in più anche se ora il suo posto sul lavoro dovrà esser preso da un altro che per di più dovrà essere pagato.


Eccolo finalmente, il figlio arriva nella sua nuova divisa dalla famiglia e la madre lo guarda ammirato, lei era una schiava di razza germanica, abituata ai lavori duri sin da piccina e vuole un gran bene al marito, vedere il figlio con l’uniforme imperiale la mette di buon umore.




Schiavi romani
Ippolito deve trovare un nuovo aiuto per sostituire il figlio e anche qui gli viene in soccorso una raccolta di leggi edite dall’imperatore, lo ius nuvum codificante tutte le consuetudini, gli usi ed gli atti giuridici dei territori italiani passate sotto il nome di manumissio, cioè l’atto con cui si libera lo schiavo.


Molti di questi schiavi sono diventati liberti sfruttando questa legge ed ora cercano lavoro, Bruso è uno di questi.


Egli è diventato libero in virtù del fatto che davanti a cinque testimoni di provata fede il suo padrone lo aveva dichiarato non più servo, tanto basta con l’introduzione della nuova legge voluta da Giustiniano per renderlo sciolto legalmente dall’impegno servile.


In realtà il suo padrone non avrebbe voluto liberarlo ma solo alienarlo per il solito giochetto di evitare il pagamento delle imposte sui suoi beni tra cui ovviamente v’era anche Bruso.


Figuratevi la sua faccia quando il nostro liberto ha preso la sua roba e se n’è andato con la sua carta legale di emancipazione e la sua brava cittadinanza romana ed imperiale, già perché la nuova legge ne prevedeva l’automatica estensione a tutti coloro che si riscattano dalla schiavitù per evitare dispute con chi l’ottiene viceversa tramite il praetor.


Le due pratiche legali vengono quindi equiparate ma l’importante è che la forza della legge permette a questi uomini di diventare cittadini a pieni diritti, insomma il nostro buon Bruso ora sa che dovrà lavorare duramente ma lo farà per lui e non per altri.


Egli è stato prima della schiavitù un buon maestro di stoffe e legname e chiede di poterlo continuare a fare: Ippolito lo scruta per bene ed insieme al figlio Servio decide di metterlo alla prova portandolo in prossimità delle merci stoccate nel magazzino adiacente alla parte aperta al pubblico. Qui ci sono delle stoffe e degli arnesi da contadino.


Ippolito gli chiede di valutare le merci perché non si fida di chi le ha vendute.


Bruso prende dapprima gli utensili a manico, ne odora il legno, ne tasta la stagionatura con piccoli colpetti, poi passa alle parti metalliche e approva con lo sguardo serio l’acquisto, ma da schiavo ha imparato anche a controllare le stoffe, con il palmo della mano ne soppesa la consistenza, alcune le mette da un lato ed alcune da un altro poi indica quali sono scadenti e quali invece sono d’ottima fattura.


Ippolito e Servio sono sorpresi ma compiaciuti, sanno d’aver trovato un buon lavoratore e che conosce il mestiere, il prezzo della sua opera, come di consueto a quel tempo, sarà il vitto, l’alloggio, una parte di derrate che potrà rivendere a suo piacimento e qualche moneta d’argento, se poi gli affari andranno bene in qualche fiera un arrotondamento senz’altro lo percepirà


Non è molto, ma di questi tempi, un tetto sicuro, un buon pasto è già qualcosa, Bruso non è giovanissimo, avrà almeno 35 anni ed in fondo gli piace questa gente simpatica e per niente arrogante.


La bottega, come tutte quelle di questo tempo non è precisamente un luogo profumato come la corte regale e gli splendidi palazzi imperiali.


La stagnazione dei vari odori si sente da molto lontano anche se non vi sono alimentari che rischiano la putrefazione, del resto non è che le abitazioni fossero più salubri, la mancanza di finestre a vetri per ovviare al freddo dell’inverno padano purtroppo regalano effluvi certo non edificanti.


Bruso, che se ne intende, ha ovviato a questo problema raccogliendo sui greti del fiume ai bordi della città molte erbe che servono, anche seccate, a rendere più sopportabile l’ambiente.


E’ anche tempo di ringraziare Iddio per la benevolenza del periodo e per questo si va in Chiesa ma anche per un altro motivo, d’ordine giuridico se vogliamo.


L’Auctoritas Ecclesiae sovrintende al buon funzionamento della comunità e di fatto s’appaia al Diritto Romano del Corpus Iuris sempre con maggior insistenza e precisione. Giustiniano è ancora l’imperatore ma il potere del Papa in Roma guadagna sempre più terreno.


Quindi bisogna mostrarsi anche buoni cristiani ed Ippolito lo è senz’altro, come tutta la sua famiglia, e poi la Chiesa è pronta ad ogni evenienza, le sue porte s’aprono nel caso di scorribande dei Goti o di banditi, spesso è l’unica autorità che s’oppone alle barbarie e Bisanzio e così lontana che anche mettendoci tutta la buona volontà non può intervenire sempre.




Milizie romane
Edelgardo, il figlio d’Ippolito, con una sua pattuglia ha avvistato dei predoni goti che probabilmente si sono staccati dalle forze regolari e vagano per le terre in cerca di vittime e guadagni facili, sono in molti e le esigue forze di stazza nel borgo del nostro amico mercante non bastano di certo a fronteggiarli, per cui la popolazione viene avvertita per avere il tempo di rifugiarsi in qualche posto sicuro.


Ippolito porta la moglie e la figlia in Chiesa dove già ci sono altre persone timorose, mentre lui stesso e Servio si metteranno al servizio del primo figlio insieme ad altri coraggiosi che preparano la difesa, non sono eroi, semplicemente preferiscono aiutare la milizia come possono, pure senza usare le armi, anche Bruso si mette a disposizione, ora che è un cittadino libero vuole guadagnarsi la stima di tutti.


Fortunatamente in questo frangente non v’è bisogno di combattere, la soldataglia ha preferito dirigersi verso altre terre confinanti e poi dopo aver saccheggiato e distrutto ha virato verso la parte opposta rispetto al borgo del nostro mercante.


Le notizie che rari fuggiaschi portano da quelle terre sgomentano la gente, non v’è nessuna pietà per i malcapitati e le poche truppe cittadine ed imperiali sono state massacrate: Bisanzio è lontana, sempre di più e Ravenna non riesce ad esercitare il suo potere in maniera ferma e decisa nella valle Padana.


Passata quest’ultima triste avventura senza troppi danni, Ippolito decide che deve andare ai confini con l’Illiria per comprare delle pelli e rivenderle con un buon guadagno, laggiù ci sono molte merci che arrivano dal lontano oriente europeo, troppo per conoscerle bene ma che vendono i loro manufatti a prezzi irrisori.


La sostanza è nel pericolo del viaggio, ma Ippolito lo sa, porta con se’ il figlio Servio, ci vorrà parecchio tempo tra andata e ritorno con il carro: quindi prima di partire chiama il figlio Edelgardo e gli consegna gli averi, poi paga Bruso per un anno e gli affida la custodia della moglie e della figlia, sarà lui l’uomo di casa ora.


Si fa dare l’indulgenza per la sua anima e quella del figlio, e fa una buona elemosina, insomma lui sa che parte ma non sa se tornerà mai indietro. Viaggerà insieme ad altri mercanti conoscenti ed amici, così si sentirà meno solo.


Le strade che affronta durante il viaggio sono per lo più quelle romane, ancora in buono stato nonostante le guerre e le distruzioni, certo la pavimentazione non ha più subito manutenzione da secoli, le pietre levigate d’un tempo sono solo un sogno ed Ippolito nel migliore dei casi riesce a fare una trentina di chilometri al giorno, sempre che non piova a dirotto.


Spesso il tracciato è solo un sentiero battuto e passa in mezzo a boschi e sterpaglie, fortunatamente man mano che si percorre la strada verso l’est ritrova un selciato, e si trovano anche delle stazioni e locande posizionate più o meno alla stessa stregua di quelle romane dei secoli d’oro, vi si trovano anche delle pattuglie bizantine che cercano di dare un qualche sicurezza ai viaggiatori.


La vista di torrette miliari leniva la solitudine e la paura, Giustiniano ci tiene a che la gente sia rassicurata, e questo significa dover tenere sempre attive le minime funzionalità logistiche militari.


Ippolito per i suoi acquisti ha potato monete d’oro, che sono le più controvertibili, ma anche monete d’argento o di bronzo per i pagamenti veloci e soprattutto per acquistare vettovagliamenti e pagare le locande ed i pernottamenti.


Il mercato per l’acquisto delle pelli si tiene ad Apollonia, città da cui parte la Via Egnazia, la famosa via consolare romana che arriva a Tessalonica e che quindi fornisce la possibilità ai mercanti orientali d’arrivare al confine con la parte occidentale dell’Impero.


Ippolito ed il figlio si danno un grande daffare durante i giorni di fiera, vendono parte della loro mercanzia e acquistano molte pelli pregiate cacciate nelle pianure che s’estendono oltre le terre dei Daci.


Il loro viaggio è stato proficuo e vantaggiosa sarà ancor più la successiva vendita di questa mercanzia: in Padania nei mesi freddi s’ha sempre un gran bisogno di abiti caldi e le pelli offrono indubbiamente questo particolare vantaggio.


E ora si riprende la via del ritorno.


Nel frattempo Bruso ha mandato avanti la bottega in maniera eccellente e ha sempre avuto un occhio particolare per le due donne della famiglia, Olimpia lo chiama zio e lui ne è contento.


Va anche molto d’accordo con Edelgardo, che spesso visita la madre e la sorella quando non è di pattuglia.


Ora ha trovato un fondo che gli pareva interessante e con i soldi risparmiati dalle transazioni personali, quello che gli aveva anticipato Ippolito sui suoi futuri lavori e qualche regalo per lavori eseguiti presso altre persone poteva permetterselo.


Così si trova con cinque testimoni di provata fede tra cui Edelgardo per la transazione consuetudinaria che nel nuovo codice amministrativo di Giustiniano passa come Traditio e sirifa alla Mancipatio teodosiana.


L’alienante e Bruso si trovano davanti ad una bilancia retta da una sesta persona per l’atto chiamato libripens: è un atto simbolico, la vecchia immaginaria venditio, e tutti lo sanno bene, ma appunto perché è una consuetudine perpetuatasi nel tempo piace e viene seguita alla lettera.


Bruso con un lancio deciso ferma il penzolamento della bilancia mediante un pezzetto di bronzo non coniato. L’atto è validato dalla presenza dei testimoni.


Ora Bruso è diventato padrone d’un fondo, certo non grande, ma per lui è più che sufficiente, continuerà certo a lavorare in bottega ma nel contempo guadagnerà qualcosa dallo sfruttamento della terra mettendosi d’accordo con qualche contadino e dividendo a metà il frutto delle coltivazioni.


E’ un sistema semplice il suo, non ha famiglia, e quindi può rischiare.


Il diritto amministrativo giustinianeo ha fornito i mezzi giuridici necessari e lui ha agito legalmente come cittadino dell’Impero: motivo di grande soddisfazione dunque. 


Ippolito ed il figlio sono ritornati a casa con il loro carico prezioso.


Insieme al buon Bruso si dividono le pelli a seconda della qualità e per che capo serviranno, infatti alcune andranno vendute a le intendenze militari per l’abbigliamento invernale, alcune serviranno ad altri lavoratori manuali e le più prestigiose alla nobiltà.


Il nostro mercante si congratula con il suo aiutante per l’ottimo affare del fondo, ora ha in un mente un progetto più ambizioso, vuole ampliare la portata del suo commercio, in fondo ha superato i 45 anni e l’età è avanzata, sa che a parte la morte violenta può ghermirlo anche quella tradizionale, di vecchiaia, e contando i suoi anni s’accorge che avrà ad andar bene ancora dieci anni di vita come aspettativa e sarebbe già molto per questi anni.


Il primo figlio Edelgardo è stato nominato stratega e oramai la sua strada è quella di servire lealmente nell’esercito imperiale e d’avanzare nella gerarchia delle sue cariche, in fondo è valente, ben istruito e anche coraggioso, quindi nulla gli è proibito, si sa che Giustiniano ha una predilezione per gli uomini d’azione e lui lo è.


Ippolito decide così d’aprire con i guadagni della vendita delle pelli una nuova bottega di sete e stoffe per il figlio Servio che ha ereditato la sua passione per l’arte del vendere e comprare.


La bottega attuale sarà data in gestione a Brusio, oramai diventato di famiglia, che grazie alla sua esperienza garantirà buoni guadagni ed un’oculata gestione.


Ora ha solo da sistemare la figlia minore Olimpia, già 15enne ed in età da marito, lei è un bella giovinetta, c’è solo da scegliere tra tanti validi giovani, ma in fondo lui non ha troppa fretta che ciò accada, ha provveduto a crearle una solida dote ed è sicuro che quando accadrà l’inevitabile lui sarà senz’altro pronto.




La peste a Roma
Ma purtroppo lui non ha fatto i conti con uno dei peggiori nemici di quest’epoca, un nemico subdolo, quasi imbattibile e che lascia solo morte dietro di sé: la peste.


Certo non è la grande peste di qualche quinquennio prima ma per la gente comune è pur sempre un momento tragico.


Già la guerra ha impoverito e depauperato di popolazione la penisola, ora che si stava avendo sentore di qualche miglioramento e crescita nella vita sociale, arriva quella che viene considerata una punizione divina.


E colpisce senza pietà, ovunque, senza distinzione di razza, cultura e ricchezza.


Anche il borgo di Ippolito viene colpito, ed è una strage, muoiono a centinaia, complice anche le pessime condizioni igieniche delle strade e delle abitazioni.


Non v’è nulla da fare contro d’essa e tutti lo sanno, la Chiesa s’erge con il suo potere morale per alleviare almeno dal punto di vista spirituale la popolazione, le autorità bizantine mettono a disposizione tutto l’apparato burocratico e militare disponibile e lo stesso figlio d’Ippolito, Edelgardo, assume tutti i poteri nel borgo come prassi consolidata vuole per arginare la situazione giorno dopo giorno drammatica.


Ogni famiglia viene decapitata di qualche elemento e nemmeno quella del nostro amico risulta indenne.


Così anche il nostro nucleo dovrà pagarne le conseguenze ed Ippolito viene colpito dal male inesorabilmente, la febbre violenta, le convulsioni, le pustole ed i bubboni che appaiono sul suo corpo non lasciano dubbi: nonostante le cura amorevoli di Enilde s’appresta a passare a miglior vita nel giro di qualche giorno, cerca di resistere, sa che non ha scampo, e pian piano non s’alza più dal letto.


Ora al suo capezzale ci sono la moglie, i due figli e Bruso.


Non ha grandi proclami da fare nell’imminenza della sua morte, ha vissuto bene, ha cresciuto dei figli di cui essere orgoglioso, un militare ed un buon mercante che continuerà la sua tradizione, ha sposato una donna umile ma forte al tempo stesso, ha aiutato un liberto a diventare un vero cittadino bizantino, ha avuto modo d’apprezzare le buone leggi dell’Imperatore Giustiniano con cui ha costruito diversi passi della sua vita.


L’unico cruccio sarà di non vedere sposata felicemente l’amata figlia, ma non si può andare contro il volere di Dio.


Riceve i sacramenti e spera d’essere degno del Paradiso promesso ai Cristiani, in fondo lui è stato un buon uomo e se lo merita. Ippolito chiude gli occhi serenamente ed in pace con Dio circondato da tutti coloro che gli vogliono bene.


Così passa anche la peste, e tornerà ad intervalli quasi regolari a mietere altre vite umane in questi luoghi.


Il nostro viaggio immaginario attraverso quest’epoca storica finisce qui.


Forse un po’ triste nel finale ma non si dimentichi la durezza dei tempi che imponevano sacrifici anche fisici oltre che morali.


Chiedo venia ai molti saggisti storici e giuridici (presenti e passati) da cui ho preso in prestito l’ottima documentazione che m’ha permesso di descrivere la vita di un mercante al tempo di Giustiniano: d’accordo, Ippolito nella realtà non è mai esistito, o meglio, potrebbero esserne esistiti tanti che hanno agito sotto l’impulso delle riforme giuridiche ed economiche che l’Imperatore fece durante il suo mandato e questo diede modo di mantenere un minimo di attività nella vita sociale e commerciale che altrimenti nell’Italia Settentrionale del tempo, allora territorio di frontiera, sarebbe stato difficile trovare viste la durate delle guerre, le distruzioni e le pestilenze.


In calce a questo scritto potrete trovare autori e saggi che ho utilizzato nel lavoro a cui rimando per una migliore conoscenza amministrativa, giuridica e sociale del periodo.



Enrico Pantalone

Articolo tratto da Storia e Società




Bibliografia:


Per le fonti Giuridiche:

- E. Franciosi “Riforme Istituzionali e Funzioni Giurisdizionali nelle Novelle di Giustiniano (Studi su Nov. 13 e Nov. 80)” Ed. Dott. A. Giuffrè
- P.S. Leicht “Storia del Diritto Italiano – Il Diritto Pubblico” Ed. Dott. Aldo Giuffrè
- G. Ermini “Corso di Diritto Comune – I – Genesi ed Evoluzione Storica, Elementi Costitutivi, Fonti” Ed. Dott. Aldo Giuffrè
- M. Bellomo “Storia e Istituzioni in Italia dal Medioevo agli inizi dell’Era Moderna, parte I “ Ed. Giannotta
- A. Cavanna “Storia del Diritto Moderno – Le Fonti” Ed. CLEUP


Per la parte generale:

- B. Lançon “A Roma nel tardo Impero” Ed. Hachette/BUR
- H. Pirenne “Storia d’Europa – dalle Invasioni al XVI secolo” Ed. Newton
- H. Pirenne “Storia economica e sociale del Medioevo” Ed. Newton
- J.P. Leguay “La Rue au Moyen Age” Ed. Edilarge-Editions Ouest-France
- E. Perroy “Il Medioevo” Ed. Sansoni
- H. Rahner “Chiesa e Struttura Politica nel Cristianesimo Primitivo” Ed. Jaca Book




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