La Città degli Assassini. Il sangue del Doge - Jon Courtenay Grimwood





Pensavo fosse amore invece era un calesse. Questa frase, citazione del titolo di un film con Massimo Troisi, riassume perfettamente il mio pensiero durante lettura del romanzo La Città degli Assassini



Devo confessare che ho comperato il libro d’impulso, attratta dalla bella copertina, dal periodo storico in cui si svolge la vicenda (a cavallo tra il XIV e il XV secolo che è tra i miei preferiti), nonché da una sinossi molto accattivante. L’editore, Newton Compton, pone il romanzo tra i gialli e thriller e niente meno che il Sunday Times lo definisce «Un romanzo torbido, decadente. Irresistibile.» The Guardian, testata per la quale ha lavorato anche l’autore, rincara la dose con «Gli intrighi politici sono descritti con grande abilità. Grimwood ci regala sorprese, colpi di scena e personaggi machiavellici. Una lettura avvincente.» 

Con cotante premesse e, vista la mia passione per il periodo citato, non potevo che cogliere questo libro al volo, aspettandomi un thriller storico coi fiocchi.

Niente di più sbagliato.

Ma andiamo con ordine e cominciamo dalla sinossi


Venezia, 1407
La città è all’apice della sua potenza e a Palazzo Ducale fervono i preparativi per il matrimonio della giovane cugina del doge, Giulietta dei San Felice dei Milione. Per volere di suo zio Alfonso e della dogaressa Alessia, Giulietta sarà costretta a sposare Janus, re di Cipro, un’unione che consentirà a Venezia di proteggere e ampliare le sue floride rotte commerciali. Ma una notte, mentre prega nella cappella privata, Giulietta viene rapita da alcuni uomini incappucciati, e di lei si perdono le tracce…
Al porto, intanto, gli ufficiali della dogana sequestrano un galeone. Al suo interno trovano un prezioso carico e, nascosto nella stiva, un ragazzo nudo, incatenato, dai capelli argentei e dalla stupefacente bellezza. Quando gli ufficiali irrompono sulla nave, il ragazzo si getta in acqua e riesce finalmente a fuggire. Solo e senza più memoria del suo passato, Tycho attraverserà le calli più buie di Venezia, tra gente disperata, prostitute, ladri e vagabondi, lottando contro le forze oscure che lo circondano…
Tra gli intrighi di corte della Repubblica di Venezia, un ragazzo scopre il suo misterioso passato e la straordinaria missione che lo attende...



Quando un autore straniero si cimenta in un’ambientazione storica italiana, subentra sempre anche un pizzico di curiosità nel vedere come questi riesca a rappresentarla. In questo caso la mia sorpresa è stata quella di trovarmi di fronte non a un quadro storico con delle incursioni nel fantastico, bensì a un fantasy nel senso più classico del termine. Per la precisione, se vogliamo, un Urban Fantasy ambientato qualche secolo addietro. 


Veduta di Venezia di notte
La Venezia nella quale si viene catapultati è una realtà alternativa nella quale i discendenti di Marco Polo hanno preso il potere e si trasmettono la carica di Doge per via ereditaria. Il pronipote del grande viaggiatore, Marco IV, siede sul trono della Serenissima ma è un debole manovrato dalla madre - principessa mongola - nonché dallo zio, i quali si contendono il potere dietro il trono a suon di cospirazioni. 

In questa Venezia sudicia e decadente i cittadini parlano italiano (!), vivono in un degrado totalizzante (sembra che l’autore ami descrivere orina e feci ad ogni piè sospinto), complottano come se non avessero altra ragione d’essere e le principesse mamelucche sono capitani di galee. Sullo sfondo una setta di assassini, capeggiati dal moro Attilo, che ricorda più quella di Alamut che una congrega di sicari della (ex)Repubblica.

Su tutto aleggia la magia, e l’inesauribile plot-generator che è lo scontro vampiri vs lupi mannari per la bella umana di turno. 

Confesso che sono stata tentata di archiviare il libro più di una volta (e quando l’alchimista Hightown Crown ha aperto una porta sbarrata infilando un dito nella serratura alla “Dungeons and Dragons” sono stata ad un soffio dal farlo), ma una volta accettato il carattere del romanzo, ho chiuso un occhio sulle numerose incongruenze storiche e di ambientazione dell’autore per godermi la favola. 

Il problema è che il romanzo si è mostrato carente sotto diversi aspetti.


Edizione in lingua originale
Innanzitutto i personaggi hanno lo spessore caratteriale di una pozzanghera. Non è sufficiente che l’autore li getti continuamente in mischie furibonde per tratteggiare loro una personalità. Scelte e motivazioni di fondo rimangono oscure per tutta la durata del romanzo, tanto che viene spesso da chiedersi dove vogliano andare a parare. 

Incomprensibile è Desdaio Bribanzo, ventenne unica erede di uno dei più ricchi uomini di Venezia, membro del Consiglio del Doge. La ragazza, definita la più bella della città, spasima d’amore per il sessantacinquenne moro Attilo tanto da incorrere nel ripudio del padre abbandonando la di lui casa per trasferirsi dall’amato. Ebbene, Attilo, pur dichiarando di ricambiarne l’amore e mostrando pure una certa gelosia, accampa scuse per rinviare il matrimonio, non degnando la fanciulla di attenzioni fisiche o affettive per ben due anni, tutto assorto dalla sua relazione - nemmeno tanto segreta - con la dogaressa forever-young Alessia e dagli incontri con la schiava nubiana Amelia. Non ci sono elementi di alcun tipo in tutta la storia e non si riesce infatti a capire da cosa sia suffragato questo amore infelice, come viene sempre descritto quello di lei, tra la ragazza più bella e ricca di Venezia e l’attempato moro che potrebbe esserle (bis)nonno.

Non è più chiaro il comportamento di Tycho, il protagonista angelo-caduto-demone-vampiro-vattelapesca della storia, nato tra i Vichinghi ma arrivato a Venezia su una nave mamelucca. I suoi ricordi frammentari e gli atteggiamenti stralunati e contraddittori, come se tutto gli accadesse per caso o perché si ma forse no, rendono il suo personaggio lacunoso più che misterioso. Noioso più che stuzzicante la curiosità.


Jon Courtenay Grimwood
Su tutto il romanzo domina una violenza gratuita, soprattutto nei confronti delle donne, raccapricciante e inspiegabile se non per un possibile gusto sadico in sé. Mancano sempre motivazioni serie e credibili per quanto accade, a prescindere si tratti di un fantasy, e la storia sembra scivolarsi addosso per fare sfoggio di canini, violenza, trasformazioni e streghette dagli incredibili poteri.

Mi ha fatto sorridere il figlio di Giulietta dei Milione, concepito non si sa come a causa di un rito dell’alchimista e di cui nessuno dei personaggi ha idea di chi sia il padre (in una sorta di staffetta "ma è figlio tuo? no, pensavo fosse figlio tuo"), il quale fa da “comparsa” nelle scene in cui è richiesta la sua presenza. Sempre placido e poppante anche nelle situazioni più terrificanti, a parte un breve piantino, non disturba la scena a sua madre e comprimari. È in questa sua perenne calma che sta davvero qualcosa di sovrannaturale, chi ha figli capisce, e demoniaco.

Il romanzo ha il pregio di non essere scritto e/o tradotto male, si legge quindi senza intoppi, ma la trama risulta nel complesso inutilmente macchinosa e noiosa. 


In conclusione non consiglierei questo romanzo a chi a un minimo di passione per la Storia, nemmeno per le ambientazioni evocate, a mio avviso in maniera volutamente distorta e dark, ma eventualmente agli amanti delle storie fantasy vampiresco&affini.


Isabel Giustiniani




Titolo: La Città degli Assassini

Autore: Jon Courtenay Grimwood



Editore: Newton Compton



Pagine: 433

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