Mondo scrittura: Show, don’t tell! 1



Per la rubrica Mondo scrittura parliamo oggi della tecnica narrativa Show, don’t tell! a cura di Federica Leva.


Una domanda, posta in questi giorni da un’amica di Facebook, mi ha spronato a scrivere di un argomento che ultimamente sta angosciando molti autori: lo Show, don’t tell! ovvero il Mostra, non raccontare! Si tratta di una tecnica narrativa che tutti gli autori, anche i meno esperti, utilizzano spontaneamente, ma solo i più preparati riescono a maneggiarla con sicurezza, scegliendo quando sfruttarla e con quali modalità.


Come dice il nome, la tecnica consiste nel mostrare una scena, con l’azione o il dialogo, ponendo in risalto le emozioni dei personaggi, anziché limitarsi a dichiararli. In questo modo, il lettore vive un preciso snodo narrativo insieme ai protagonisti, e non si limita a esserne informato. Questa drammatizzazione è di fondamentale importanza, in un racconto o in un romanzo, perché coinvolge il lettore, lo catapulta nella vicenda, mentre lo stesso concetto, se riferito in modo descrittivo, potrebbe scivolar via nell’indifferenza di un tiepido anonimato.


Per comprendere lo Show don’t tell! pensiamo ai film e ai telefilm che guardiamo abitualmente, dove lo spettatore viene portato dalla storia a formulare un’idea su una determinata situazione o su un determinato personaggio. Capiamo che un personaggio è buono, cattivo, falso, arrabbiato, avvilito ecc… non perché siamo indottrinati da una voce fuori campo, ma perché lo cogliamo dai dialoghi, dalle espressioni del viso e dalla situazione in cui si muove. È esattamente quello che accade nella vita reale: il nostro giudizio su una persona si costruisce sulla conoscenza più o meno diretta, sull’osservazione dei suoi gesti, delle sue parole, dei suoi sottointesi. Anche se un amico carissimo – voce narrante - ci dicesse che Tizio è un vigliacco, la nostra opinione sarebbe differente, se lo vedessimo correre in aiuto di un bambino attaccato da un leone affamato. E per quanto volessimo bene al nostro amico, non potremmo convincerci che Tizio non abbia effettivamente coraggio.


Ritratto di Jane Austen
Ora vediamo qualche esempio concreto. Per iniziare, vi sottoporrò un paio di brani costruiti con la tecnica descrittiva, così da analizzare tutto quello che non è show, ma solo tell. Utilizzo volutamente un testo vecchio di 200 anni, perché all’epoca la tecnica narrativa era decisamente diversa da quella attuale. Spero che Jane Austen, ovunque sia, non s’infuri per essere stata presa come modello… e allo stesso modo chiedo alle sue fedeli fans di non irritarsi. Nella seconda parte di questi appunti di scrittura creativa le renderò giustizia, come merita. 




L'abbazia di Northanger - Jane Austen

Capitolo primo.

Nessuno, vedendo Catherine Morland da bambina, avrebbe mai immaginato che fosse destinata a diventare un'eroina. La condizione sociale, il carattere del padre e della madre, il suo stesso aspetto e il temperamento: tutto era contro di lei. Il padre era un ecclesiastico, né disprezzato né povero, anzi un uomo grandemente rispettabile, anche se si chiamava Richard, e non era mai stato bello. Aveva di una rendita personale notevole, oltre a quella procuratagli da due parrocchie, e non gli passava neppure per la mente di chiudere a chiave le figliole. La madre era una donna pratica, di buonsenso e di buon carattere, e, cosa particolarmente rimarchevole, aveva un'ottima salute. Prima di Catherine aveva avuto tre figli, e invece di morire nel dare alla luce quest'ultima, come logicamente ci si aspetterebbe, aveva continuato a vivere, abbastanza da avere altri sei figli e da crescerli, sempre godendo di ottima salute. Di una famiglia di dieci figli si dice sempre che è una bella famiglia, purché vi siano teste, braccia e gambe in numero proporzionato, ma i Morland non avevano altri motivi per essere definiti così, perché in generale erano piuttosto bruttini, e Catherine, per molti anni della sua vita, fu bruttina come gli altri. Aveva una figura sottile e impacciata, una carnagione pallida e spenta, capelli scuri e lisci, e lineamenti marcati; questo per ciò che riguarda l'aspetto fisico, ma anche il suo temperamento era ugualmente poco propizio a un destino di eroina. Le piacevano tutti i giochi dei ragazzi, e preferiva di gran lunga il cricket non solo alle bambole, ma ai divertimenti tipici dell'infanzia di ogni eroina, come accudire un ghiro, nutrire un canarino o innaffiare un cespuglio di rose. Per il giardinaggio era proprio negata, e se qualche volta raccoglieva dei fiori, lo faceva soprattutto per il piacere di disobbedire; almeno questo era ciò che si poteva dedurre dal fatto che preferiva sempre quelli che le era stato proibito di cogliere. Questi erano i suoi gusti; la sua intelligenza era ugualmente fuori del comune. Non imparava né capiva mai qualcosa prima che le fosse insegnata, e a volte neppure allora, poiché era spesso distratta e qualche volta un po' tarda. La madre impiegò tre mesi solo per insegnarle a ripetere la "Preghiera del povero", e alla fine la sorella minore Sally riusciva a recitarla meglio di lei. Non che Catherine fosse sempre ottusa, no di certo; imparò la favola de "La lepre e i suoi molti amici" con la stessa rapidità di qualsiasi altra ragazzina inglese. La madre voleva che studiasse musica, e Catherine era sicura che le sarebbe piaciuto, visto che adorava pasticciare sui tasti di una vecchia spinetta; così a otto anni cominciò. Prese lezioni per un anno e poi non ne poté più; e la signora Morland, che non insisteva mai perché le figlie fossero istruite a ogni costo, malgrado la loro incapacità o antipatia per quello che avrebbero dovuto imparare, le consentì di smettere. Il giorno in cui il maestro di musica fu congedato fu uno dei più felici nella vita di Catherine.


Ho riportato volutamente il lungo brano introduttivo al romanzo di Jane Austen – che, preciso, prosegue su questo tono fino alla fine del capitolo e parte del secondo. Si tratta di un elenco di nozioni e di fatti che il narratore-autore impone al lettore, senza permettergli di ricavarli da sé attraverso l’osservazione diretta dei personaggi coinvolti. A lungo andare, l’enumerazione diventa piuttosto noiosa, e può capitare che il lettore sposti l’occhio in un altro punto della pagina, in ansiosa ricerca delle virgolette – preferibilmente caporali -, testimoni dell’inizio di un dialogo e quindi di una scena che gli consenta di addentrarsi nella trama. Bisogna sempre ricordare che il lettore desidera affezionarsi ai personaggi – altrimenti non leggerebbe – e la modalità regina consiste proprio nel trascinarlo all’interno di un mondo veritiero, fatto di momenti vissuti, pensieri, azioni ed emozioni.


Riprendiamo l’incipit: Nessuno, vedendo Catherine Morland da bambina, avrebbe mai immaginato che fosse destinata a diventare un'eroina. La condizione sociale, il carattere del padre e della madre, il suo stesso aspetto e il temperamento: tutto era contro di lei.


Come possiamo affezionarci a un personaggio presentato passivamente in questo modo?


Sarebbe più facile provare simpatia, e magari complicità, se vedessimo una bambina bruttina calata in un ambiente semplice, circondata da una famiglia che apparentemente non potrebbe offrirle altro che una vita modesta e senza colpi di scena. Non vi tedierò con l’analisi di tutti i passaggi del brano sopra riportato, ma va da sé che l’autrice ci sta dicendo cosa pensare di Catherine, anziché risvegliare in noi la sensazione che la bambina sia insignificante, un po’ disobbediente, non portata per lo studio della spinetta e dall’intelligenza stravagante.


Spero che Jane Austen non mi lanci una maledizione, se attingo ancora dalla sua produzione per portare un secondo esempio di tecnica descrittiva.




Orgoglio e pregiudizio

Occupata com'era a studiare le attenzioni di Mr Bingley per sua sorella, Elizabeth era ben lontana dal sospettare di essere diventata essa stessa oggetto di un certo interesse agli occhi del suo amico. Sulle prime Mr Darcy aveva addirittura stentato a trovarla graziosa; al ballo l'aveva guardata senza ammirazione; e dopo di allora non l'aveva osservata se non per criticarla. Ma quando fu ben chiaro a lui e a tutti i suoi amici che nel viso di lei i bei lineamenti scarseggiavano, solo allora cominciò ad accorgersi della straordinaria intelligenza di quel viso illuminato da due bellissimi occhi neri. A questa scoperta ne seguirono altre, non meno mortificanti. Benché il suo occhio critico avesse infatti riscontrato in lei più di un difetto di simmetria, non poté non riconoscere che la sua figura era snella e aggraziata; e mentre notava che le sue maniere non erano quelle dell'alta società si sentiva attratto dalla loro briosa spigliatezza. Di tutto questo Elizabeth era completamente all'oscuro; egli restava per lei l'individuo antipatico a tutti, che non l'aveva giudicata abbastanza bella per invitarla a ballare.

In questo passaggio non si avverte la nascita dei sentimenti di Mr. Darcy nei confronti di Elisabeth. L’autrice si limita a raccontarci che all’improvviso l’uomo la trova intelligente, e quindi interessante. Non ci mostra una scena in cui lui la osserva, magari di nascosto, e avverte un inatteso batticuore. Magari potrebbe restarne turbato e cercherebbe di ribellarsi ai sentimenti che stanno prendendo il sopravvento sul suo orgoglio, fino ad ammettere con se stesso di essere intrigato dagli occhi neri di Lizzy e di giudicarla più interessante di tutte le belle dame che ha conosciuto in passato.


Una scena, specialmente se ben costruita, magari con un narratore interno, una scelta raffinata delle parole e il tratteggio di brevi immagini evocative, mi avrebbe fatto battere un po’ il cuore. La descrizione della Austen, invece, mi ha lasciata un po’ spiazzata e delusa.



Termina qui la prima parte di questo viaggio nello Show, don’t tell!. Nella seconda parte, come promesso, riabiliterò la figura di Jane Austen e parlerò anche dei vantaggi dei passaggi descrittivi, di cui non bisogna abusare, ma nemmeno rifuggire come se fossero i portatori sani della Yersinia Pestis.


A presto!


Leggi la seconda parte

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