Il mio nome è Nessuno: il ritorno - Valerio Massimo Manfredi






Valerio Massimo Manfredi studia da sempre le civiltà antiche attraverso l'analisi dei monumenti e dei reperti, ottenuta soprattutto per mezzo di scavi, avendo una notevole competenza nella rappresentazione grafica sul piano di una zona della superficie terrestre, mediante segni convenzionali che indicano la conformazione del terreno. È stato docente in eccellenti università italiane e straniere, dirigendo esplorazioni ed asportazioni di terreno per riportare alla luce monumenti od oggetti in diverse località bagnate dal mar mediterraneo, dando alle stampe parecchi scritti e studi su argomenti specifici. 

Valerio Massimo Manfredi
Si è distinto pure come romanziere e fra le sue creazioni non si può non menzionare un gruppo di tre opere strettamente connesse tra di loro dal titolo «Alèxandros», tradotte in ben trentanove idiomi, «Il faraone delle sabbie» che ha conseguito il «premio librai città di Padova», «Il Tiranno» il «premio Corrado Alvaro» ed il «premio Vittorini», «L’armata perduta» il «premio Bancarella», le «Idi di marzo» il «premio Scanno», «L’ultima legione» dalla quale è derivata la pellicola cinematografica realizzata da Dino De Laurentiis. Ha ideato e dirige alcune trasmissioni televisive che si occupano di cultura in Italia ed in paesi stranieri e scrive articoli sul quotidiano «Il Messaggero» e sul periodico settimanale di attualità e politica «Panorama».



Di particolare importanza per una piena comprensione del romanzo storico «Il mio nome è Nessuno: il ritorno», pubblicato nel mese di agosto del 2013, è la «nota dell’autore» nella quale il Manfredi sottolinea come «la storia del ritorno in patria di Odysseo, e poi dell’ultimo viaggio, profetizzato da Tiresia evocato dall’aldilà» sia ciò di cui si occupa il testo in questione. Evidenzia come molti letterati nell’«Odissea» abbiano ritenuto che il personaggio principale fosse un individuo totalmente differente da quello presente nell’«Iliade», non più un soldato e un lottatore ma un essere che andava in cerca di fortuna accettando rischi e facendosi pochi scrupoli, che vagava da un luogo all'altro affrontando numerose disavventure: contro uomini giganteschi con un solo occhio in mezzo alla fronte, contro colossi cannibali, donne seducenti, creature fantastiche dall’aspetto orribile, isole sconosciute, e che risultava vincitore grazie alla scaltrezza più che alla prestanza fisica. È molto probabile che esistesse una raccolta completa di vicende marinaresche fortemente ripetute secondo un modello fisso e ormai convenzionale, che da tempo immemorabile erano conosciute da coloro i quali facevano parte dell'equipaggio di una nave. Lo scrittore sottolinea come l’«Odissea» fosse «uno dei tanti “nòstoi”, i poemi del ciclo che narravano i “ritorni” degli eroi dalla guerra di Troia, l’unico rimasto».


Achille trascina il corpo di Ettore - Palazzo dell'Achilleion Corfù

Fa notare inoltre come Ulisse - dotato di virtù eccezionali, autore di gesta leggendarie e in continuo movimento - quando riesce a tornare a Itaca e alla sua dimora occupata dai corteggiatori della moglie Penelope, ritorna a essere il soldato invincibile ammirato nell’«Iliade». Non c’è via di salvezza per nessuno, persino le domestiche sleali vengono uccise sospendendole con un laccio al collo. Subito dopo l’uccisione di una grande quantità di persone, ripreso l’esercizio dell’autorità regia, Ulisse stabilisce il conferimento delle salme alle casate di appartenenza. La sua condotta può definirsi degna di un sovrano anche nel momento in cui deve affrontare coloro, determinati a compiere la propria vendetta, che erano in rapporto di parentela di sangue o acquisita con chi era stato privato della vita, offrendo loro la pace in modo da scongiurare l'inizio di un conflitto fratricida. Manfredi segnala come i «nòstoi» mostrino la situazione di estrema difficoltà in cui versavano gli stati monarchici micenei che avevano partecipato al conflitto di Troia. Da moltissimo tempo gli storici si domandano quali siano i fattori che hanno determinato la grave crisi della civiltà micenea e hanno individuato  nell’irruzione dei Dori (pressappoco nel 1100 a.C.) la ragione principale, considerata tale anche da Tucidide. Purtroppo la scienza che studia le civiltà antiche attraverso l'analisi dei monumenti e dei reperti di scavo di questo misterioso popolo non ha mai scoperto alcun segno. È molto probabile che proprio il conflitto di Troia sia stato la causa della scomparsa degli stati monarchici micenei. La prolungata lontananza dei sovrani e dei nobili determinarono sommosse, l’appropriazione indebita dei beni altrui nonché scontri violenti tra membri della stessa comunità. A diversi re venne tolta la vita quando fecero ritorno a casa oppure furono obbligati a cercare altre terre da colonizzare se non erano in grado di riprendere il controllo dello stato con ostinata risolutezza reprimendo le rivolte con la forza (che è quello che fa Ulisse). Pertanto i «nòstoi» mostrano una società che si va estinguendo, in crisi totale.



Ulisse e Polifemo
Il romanziere evidenzia come per Omero due siano gli eroi per antonomasia: Achille e Ulisse. Però solamente Ulisse continua a essere ricordato a motivo del suo ingegno, del suo muoversi da un luogo all’altro lottando duramente contro gli dei, persone di statura eccezionalmente alta e di corporatura poderosa o lo scatenarsi delle forze della natura.



Il testo ha inizio mostrando la città di Troia avvolta dalle fiamme e Ulisse con i suoi compagni felice (dopo dieci anni di guerra) di raggiungere Itaca per riabbracciare la sposa Penelope, il figlio Telemaco - lasciato quando era ancora poppante - e il padre Laerte. Ma sulla via del ritorno dovrà affrontare una serie di pericoli che faranno diventare il suo tragitto di lunghezza considerevole, difficile, carico di sofferenze e tribolazioni. Il primo ostacolo da affrontare saranno i «mangiatori di loto», che produrranno uno stato di stordimento ai suoi compagni fino al punto che buona parte di essi non desidereranno più riprendere il viaggio. Successivamente ci sarà l’amara accoglienza riservata dal colosso Polifemo, il quale divorerà diversi altri compagni di Ulisse. Il nostro eroe troverà il modo di imbrogliare Polifemo con scaltrezza e audacia, scampando in tal modo alla morte, ma attraendo sulla propria persona l’impeto rabbioso e incontrollato di Poseidone, il genitore del colosso. Indimenticabili le affermazioni di Polifemo che, una volta privato della vista da Ulisse, quando gli altri esseri giganteschi con un solo occhio in mezzo alla fronte gli domandano il perché delle sue grida forti e prolungate, replica: «Nessuno mi fa del male. Nessuno mi assale. Aiutatemi». In seguito il figlio di Laerte raggiungerà l’isola dove vive Circe, che esercita la magia e muta le persone in maiali. Si ameranno appassionatamente, ma Ulisse la lascerà per giungere ai limiti del mondo allora conosciuto, per scendere negli inferi e parlare con il celebre indovino Tiresia, chiedendogli se mai tornerà a rivedere Itaca. Ecco la risposta di Tiresia: «Tu cerchi il dolce ritorno, Odysseo, un ritorno che il dio dell'abisso ti renderà duro, perché gli hai accecato il figlio e senza pietà lo hai umiliato. Tornerai, ma tardi e male, avendo perduti tutti i compagni, su nave straniera, e troverai la casa invasa da uomini arroganti che divorano le tue ricchezze e insidiano la tua sposa». Ulisse riprenderà il suo lungo peregrinare imbattendosi dapprima nella dea Calypso, con la quale resterà per diversi anni, ed infine solo, stremato, affaticato, diventato più vecchio, troverà la salvezza in un’isola meravigliosa e ricca nella quale incontrerà la principessa Nausicaa che si invaghirà di lui e desidererà convolare a nozze. Ma Ulisse desidera con tutte le sue forze di poter rivedere Itaca, Penelope e Telemaco. Pertanto, supportato dal padre e la madre di Nausicaa «su nave straniera e senza più alcuno dei suoi compagni», riuscirà a rivedere la sua dolce isola, dopo dieci anni di spostamenti continui. Purtroppo le sue tribolazioni non saranno però terminate. Come gli aveva preannunciato Tiresia, molti aristocratici si sono installati nel suo palazzo ritenendo il suo signore morto e pretendendo che Penelope (rimasta sempre leale) scelga uno di loro come marito. Il figlio di Laerte riuscirà ad ammazzarli tutti e potrà disporre nuovamente del suo palazzo e della sua consorte. Ma le avversità non sono ancora giunte al termine: dovrà allontanarsi da Itaca per far sì che Poseidone accolga l’offerta di vegetali e animali e plachi la sua ira, permettendogli in tal modo di trascorrere tranquillamente gli anni della vecchiaia.


In conclusione mi piace riproporre le ultime righe del testo, che rappresentano una sorta di congedo di Ulisse e di Valerio Massimo Manfredi dai lettori: «Io che sono e sarò finché un giorno, chissà dove, chissà quando, incontrerò un uomo che mi chiederà se quello che porto sulla lucida spalla non sia un ventilabro per separare la pula dal grano, e finalmente riabbraccerò per sempre Penelope mia, il mio figliolo coperto di bronzo abbagliante, regnerò su popoli felici. Io che sono tutti e chiunque. Io che sono Nessuno».


L’esposizione dell’opera è straordinaria e affascinante. Il lettore sin dall’inizio del romanzo ha l’impressione di vivere in quel mondo di un passato lontano, eroico, mitico e non vede l’ora di leggere per intero il testo. Consigliato soprattutto a coloro che sono interessati ai popoli e alle civiltà antiche.



Giampiero Lovelli



Titolo: Il mio nome è Nessuno: il ritorno 

Autore: Valerio Massimo Manfredi

Editore: Mondadori

Pag.: 335

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