La borsa nuova



Era una bella borsa. Almeno così affermava mia nonna mentre se la rigirava soddisfatta tra le mani. A me non lo sembrava affatto, ma stavo zitta per non contraddirla. Avevo già otto anni e sapevo bene che le belle borse, quelle che andavano di moda allora, erano piccole con lunghi manici a tracolla, magari anche con le frange ai bordi. Oppure enormi borsoni dai mille colori, ma non certo quella specie di parallelepipedo nero dai manici tozzi che mi sembrava aver visto di sfuggita solo in qualche film del dopoguerra. Mia nonna invece l'adorava, immagino proprio perché le ricordava la sua gioventù.

La borsa nuova non usciva quasi mai dall'involucro di stoffa che la custodiva se non in rare occasioni quando la nonna la estraeva, con la delicatezza con cui si maneggiano gli oggetti preziosi, solo per accarezzarne il cuoio e guardarla. Alcune volte la riempiva di tutti gli oggetti personali e si rimirava nel riflesso dello specchio sul vecchio armadio della sua camera nuziale. Subito dopo però la svuotava, quasi il solo gesto di volerla usare avesse potuto arrecare danno irreparabile a quel tesoro.

«Perché non usi la tua borsa nuova?» le chiedevo mentre andavamo tutti insieme a messa, la domenica. La nonna allora stringeva a sé con più forza la vecchia borsa sgualcita dagli angoli consunti e la cerniera malandata che usava sempre.

«Par sparagnarla!» mi rispondeva immancabilmente.

Per risparmiarla. Io mi giravo dall'altra parte per nascondere il sorriso che mi suscitavano quelle parole, quella mentalità che non capivo.



La usò. Una volta.

Gli infermieri la stavano adagiando sulla barella per trasportarla fino all'ambulanza e la nonna chiese di poter portare la borsa. Mia madre corse in fretta ad afferrare quella appesa all'ingresso ma lei la bloccò con un gesto della mano, aggiungendo con un filo di voce:«No, la borsa nuova».

La nonna che stringeva con nocche esangui il suo oggetto più prezioso mentre veniva caricata sull'ambulanza fu l'ultima immagine che ebbi di lei.



Il telefono squillò a lungo prima che mio padre trovasse la forza di alzare la cornetta. Mi precipitai su per le scale per sentire quello che tutti già immaginavamo ma mi bloccai a metà salita. Mi bastò vederlo nel corridoio annuire più volte, biascicare un ringraziamento e poggiare il ricevitore. Mia madre, al suo fianco, scoppiò a piangere e lui la cinse tra le braccia, il volto una maschera di dolore.

Ferma sulle scale, la mano sulla parete, cercai di piangere anch'io. Mi sforzai, ma quelle maledette lacrime non vollero uscire. Mi sentivo male, eppure non riuscii a seguire il pianto dei miei genitori. Voltai le spalle e tornai al pian terreno, sopraffatta da una vergogna che mi logorava.



La nonna era sempre stata burbera ma mi voleva bene, in fondo l'avevo sempre sentito. Semplicemente non le piacevano i bambini e preferiva non averli intorno. Non le facevo una colpa di ciò. Non so esattamente perché la capissi, ma questo aveva favorito il nostro rapporto di “reciproca sopportazione” in quella convivenza forzata nella casa di famiglia, ciascuna presa dalle proprie attività in stanze diverse. Avevamo un solo punto di incontro, un terreno comune in cui entrambe amavamo esplicare noi stesse: di tradizione contadina, la nonna si sentiva felice quando poteva tornare alle origini e io amavo tutto ciò che riguardava la natura.

Per una serie di circostanze bislacche, nella nostra casetta con giardino in quartiere residenziale era finita per stabilirsi anche una gallina che io avevo prontamente eletto a personale animale domestico, nonostante le vive rimostranze del resto della famiglia. Arrangiata infine una sistemazione per il nuovo pennuto inquilino, avevamo finito per occuparcene io e nonna.

«Te 'e devi tegnere cusì» mi spiegava facendomi vedere, seduta su una vecchia sedia in garage, come le pannocchie andavano prese e sfregate le une contro le altre per sgranare i chicchi di mais e farli cadere nella bacinella sottostante. Ci provavo, ma le dita mi facevano male quasi subito per cui finiva che il lavoro lo terminava sempre lei mentre io, seduta per terra, rimanevo a seguire affascinata il movimento ritmico ed esperto delle sue mani ossute.

Ogni estate facevamo una sortita al grande campo di granturco che si trovava in fondo alla strada. La nonna, il volto affilato e perennemente vestita di nero, assomigliava davvero a un vecchio corvo che osservasse in ricognizione il grano mentre io, munita di un robusto sacchetto, mi addentravo nella coltivazione per sottrarre qualche pannocchia. In quei momenti di adrenalinica complicità ci sentivamo una squadra.

Un'estate accadde, mentre mi davo da fare con la raccolta nel folto delle piante, che piombasse sulla strada il contadino, arrivato camminando lungo il fosso di irrigazione. Rimasi immobile, colta dal panico e con le ginocchia molli, mentre scrutavo tra il fogliame la sua figura approssimarsi a quella di nonna. Per contro lei, per nulla intimorita, quando l'uomo le fu vicino lo apostrofò con tono accusatorio:«Scolte, lú. No el ghe darà mia el veen, vero, a ste piante?!» (Ascolti, lei. Non darà mica il veleno a queste piante, vero?!) Senza dare tempo all'uomo di fiatare proseguì con una fantasiosa storia in cui spiegava come la sua gallina talvolta fuggisse da casa e come potesse, fortuitamente, arrivare in questo campo e, altrettanto fortuitamente, cibarsi di qualcuna di queste pannocchie. Fosse mai che lui gliela faceva morire avvelenata, non lo avrebbe perdonato!

In preda all'imbarazzo e al timore per la situazione non riuscivo a credere che nonna, con il dito accusatore puntato, stesse accertandosi con il proprietario che il maltolto fosse assolutamente sicuro e di qualità. Tuttavia l'uomo non sembrò turbato dalla storia posticcia ma si prodigò in elogi al suo grano e sugli ottimi metodi di coltivazione impiegati finché entrambi si ritennero soddisfatti delle spiegazioni date e ricevute. Quando il contadino si fu allontanato, la nonna mi fece un fischio e ci avviammo verso casa, la mia schiena piegata sotto il peso del sacco pieno di pannocchie.



Rividi quella borsa dopo quindici anni. Passata da un armadio all'altro, sotto mucchi di cose, finita di scatola in scatola e dimenticata infine in soffitta. Mia madre aveva deciso quella primavera di eliminare definitivamente quanto non veniva usato e così, tra una cernita e l'altra, mi ritrovai d'improvviso tra le mani l'involucro di stoffa, quasi fosse stato catapultato lì dal passato. Lo riconobbi subito, con una stretta al cuore. Sciolsi i legacci e ne estrassi quanto era rimasto della borsa nuova, che di nuovo conservava ormai solo il ricordo del nome. Schiacciata e dall'aspetto malconcio, la pelle fessurata lungo le pieghe troppo a lungo mantenute, la borsa tornò a vedere la luce insieme ai miei ricordi, sgretolando un muro eretto troppo tempo addietro. Accarezzai la pelle, priva ormai di ogni lucentezza, come avevo visto fare a lei. E piansi come mai avevo pianto prima. 


Isabel Giustiniani



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