Mondo scrittura: fatal flaw




Come primo ospite della rubrica Mondo scrittura abbiamo con noi oggi l'autore Francesco Zampa che ci parla del fatal flaw.

Mi piace tornare a parlare del fatal flaw, un argomento sfiorato recentemente anche nel mio blog, e sul quale si costruisce la storia.

Fatal flaw letteralmente significa: “difetto fatale” e la sua definizione è “l’ostinato attaccamento del personaggio a mantenere un sistema di sopravvivenza che è ormai superato e inutile”. Praticamente un sistema di vita che assomiglia più alla mera esistenza che a una vita degna di questo nome, condizione vegetativa - se non propriamente autosabotante - a volte vissuta in maniera inconsapevole dal protagonista. A questo punto lo scrittore inserisce nella storia un evento forte ( malattia grave, lutto, divorzio, ...) per costringere il personaggio ad affrontare le proprie paure per andare avanti e crescere. Qui comincia la storia, la sua storia e che può accadere solo a lui in quel modo.


Per inventare una bella storia ci vuole immaginazione, e per scriverla ci vuole talento narrativo e un minimo di tecnica; poi la grammatica e la sintassi devono essere ineccepibili. È tutto vero, sono ingredienti necessari come le uova per la crostata.

Ma ciò che, nella mia esperienza di scrittore, pongo al primo posto, è l’ispirazione personale. Non posso inventare personaggi, situazioni e immaginare sequenze se non le vivo prima dentro di me. Non riesco a scrivere tanto per farlo, e anche quando necessito di quell’ultima battuta o di quel piccolo particolare in quella scena, anche in quel momento, devono essere qualcosa di mio. Insomma, non posso raccontare qualcosa che non emozioni me per primo, se voglio cercare di trasmettere ad altri sconosciuti quella stessa emozione.


Perché accade questo? Credo che l’esperienza narrativa sia qualcosa di molto profondo e intimo. Infatti, richiede uno sforzo per essere portata alla luce, in un modo che paragono a un gesto d’amore: bisogna dare la parte migliore di noi se vogliamo riavere qualcosa. Perché dopo un passaggio particolarmente impegnativo ci sentiremmo stanchi, quasi svuotati, se così non fosse? E perché percepiremmo questa stanchezza in maniera così gratificante, e questa sensazione di vuoto come un invito a riempirla ancora per ricominciare dall’inizio, se così non fosse?

La risposta è semplice, quasi automatica: scrivere veramente significa esporre i nostri sentimenti all’aperto, metterli a disposizione degli altri, nella loro nudità e quindi anche nella loro piena fragilità. Significa mettersi a nudo. Si può mascherare, edulcorare, tentare di svicolare, ma, approfondendo l’esperienza, pregi e difetti diverranno sempre più evidenti. Io pensavo, o credevo, o mi ero illuso, che avrei potuto addomesticare me stesso, lasciando in chiaro solo quello che volevo. Non è così. Si comunica oltre le nostre intenzioni. Mi capita sempre più spesso che lettori diversi colgano nelle mie parole un senso di fuga o di tristezza o qualcos’altro; comunque qualcosa che non era mia intenzione far trapelare, in un istintivo tentativo di autoprotezione.


Non si bara con la vita né con se stessi, è questo il senso. Ogni storia è la storia del protagonista, non è così? Affrontare le proprie ansie, le proprie paure significa percorrere quella strada che è davanti a noi con aumentata sicurezza, e con la consapevolezza che non c’è limite al miglioramento. Ecco perché il fatal flaw, posto come elemento necessario in ogni storia che si rispetti (addirittura cronometrato nelle pagine delle sceneggiature cinematografiche), è così importante: molto di più che un elemento della storia, esso è la rappresentazione e la sintesi della difficoltà del vivere di ciascuno di noi, quelle stesse difficoltà che ci piace risolvere, nei romanzi, a nostro piacimento. Le più belle storie sono quelle dove il personaggio muta profondamente: forse come vorremmo accadesse nella nostra vita.




Lo scrittore Francesco Zampa
Quando ho sentito nominare il self-pub per la prima volta, pensavo si trattasse di una birreria fai-da-te! Scherzi a parte, non mi ci sono buttato subito perché, appunto, non avevo ben capito. Sono un po’ duro, eh sì, e allora ho proseguito sperando che qualche editore rispondesse. Mi ero dato una scadenza, di lì a pochi mesi, quasi convinto che qualcuno mi avrebbe pubblicato, neanche fossi stato un autore affermato o di sicuro talento. Era la convinzione intima di avere qualcosa da dire a dispetto di qualsiasi editore.

Non è andata così, e non me ne pento. Ho cominciato a pubblicare in self-pub con Amazon alla fine del 2012. Le mie aspettative si sono ridimensionate nella direzione che credevo, ma ho scoperto orizzonti nuovissimi che non mi sarei per nulla aspettato.


Il self-pub è una realtà e chi considera gli autori di questa categoria come autori di serie B rischia di ritrovarsi ancorato al cinema muto quando c’è già il sonoro da un pezzo. Più che una tecnica, è una nuova forma di democrazia orizzontale, non per niene proviene dalla Terra delle Libertà, e consente a ognuno di dire la sua, avesse anche cinque o sei soli lettori, uno per continente. Nulla è precluso.

Nessun uomo è un’isola ma i self-pub’ers, come gli antichi comuni, racchiudono iniziativa, coraggio e voglia di esprimersi. Una casa editrice sa come si promuovono i libri, non c’è dubbio, ma, come dicevo a una mia amica, il cimitero è pieno di insostituibili e si trovano sempre nuovi modi di fare quello che, fino a un certo momento, è stato fatto in un solo modo.

Non credo che sarebbe stato possibile, per me, avere quattro titoli in catalogo per le vie tradizionali. Indipendentemente dal mio talento, non è la tiratura che fa la qualità, anzi; come avere qualcosa da dire non dipende da quanti siano disposti ad ascoltarti.

E sono felicissimo che quasi duemila sconosciuti in tutta Italia e in diversi Stati, siano stati così curiosi da comprare i miei libri!

Grazie Isabel di avermi invitato e contentissimo di essere venuto a trovarti,





I libri di Francesco

 
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