Giustiniano: personaggio storico e personaggio letterario



Il personaggio storico
Giustiniano è sicuramente uno dei personaggi più menzionati nei libri di Storia. Forse tra gli imperatori bizantini è il più famoso. Nei trentotto anni di potere assoluto (527-565), che condivise solo con la moglie Teodora, dimostrò capacità decisionali e di governo fuori dal comune. Volle restaurare l’autorità imperiale sia ad occidente che ad oriente, riconquistando i territori perduti dell’impero. Effettuò una serie di riforme sia in campo amministrativo che in quello fiscale. Combattè la corruzione tra i funzionari statali, aumentò le paghe dei funzionari per evitare che questi potessero derubare i sudditi, limitò il potere dei grandi proprietari fondiari. Favorì i commerci (in particolare quello assai redditizio della seta) e lo sviluppo artistico - culturale a Bisanzio soprattutto e nel resto dell’impero. Cercò di mettere ordine tra le sette cristiane che pullulavano in oriente. Perseguitò ariani, manichei, samaritani, maroniti, montanisti e pagani e se non fosse stato per la moglie Teodora, più tollerante in campo religioso, sarebbe stato ancor più duro.


Giustiniano viene ricordato anche per ciò che realizzò in campo giuridico: fece raccogliere tutte le leggi del diritto romano promulgate nei secoli precedenti. Era una costruzione molto più ampia del «Codice Teodosiano», che raccoglieva i testi giuridici da Costantino in poi ed era stato pubblicato sotto il regno di Teodosio II. Furono necessari cinque anni di lavoro e la consultazione di duemila opere di antichi giuristi, prima che la commissione presieduta da Triboniano giungesse nel 534 al «Corpus iuris civilis». Questo lavoro senza precedenti portò alla compilazione delle «Institutiones», un manuale introduttivo ai principi cardini del diritto, del «Digestum» (o «Pandectae»), in 50 libri con le sentenze dei giuristi dell’epoca classica romana, del «Codex» vero e proprio, composto da 12 libri e contenente le leggi imperiali da Adriano I a Giustiniano, delle «Novellae», la raccolta delle leggi emanate dallo stesso Giustiniano. Fu una autentica pietra miliare della giurisprudenza romana che ispirò le successive legislazioni giuridiche del mondo occidentale.


 
Sotto Giustiniano l’impero romano d’Oriente raggiunse un’espansione che prima non aveva conosciuto né mai immaginato. La guerra contro i Vandali (533-534) per l’annessione dei territori africani, della Sardegna e della Corsica; la guerra greco - gotica (535-553) per la riconquista dell’Italia e della Sicilia; la guerra contro i Visigoti (554) per la conquista della parte sud-orientale della penisola iberica furono le tappe che gli permisero di avere il pieno controllo del Mediterraneo. Sicuramente le grandi spese dell’esercito e della flotta lasciarono ben presto vuote le casse del tesoro pubblico, così che Giustiniano dovette aumentare le tasse. Nel 554 Giustiniano promulgò la «Prammatica Sanzione», facendo nascere la prefettura d’Italia con sede a Ravenna e creando due funzionari, uno civile e uno militare. La prefettura era poi suddivisa in province con un «iudex» per gli affari civili e un «dux» per quelli militari.

Il personaggio letterario

In queste brevi righe mi soffermerò soprattutto su come Giustiniano venne percepito e raccontato dal «sommo poeta» della letteratura italiana.
Il canto VI del «Paradiso» di Dante è l’unico in tutta la «Divina Commedia» che sia completamente occupato dal monologo di un solo personaggio: Giustiniano, imperatore d’Oriente. Perché Dante concede proprio a Giustiniano il compito di narrare la storia e la missione dell’istituto imperiale? Il sommo poeta vuole evidenziare la conversione dell’imperatore. Infatti questi dapprima fu un seguace dell’eresia monofisita, propugnata dal monaco Eutiche, il quale affermava che in Cristo fosse presente la sola natura divina. Successivamente Giustiniano si convertì al dogma cattolico della doppia natura, umana e divina, di Cristo grazie all’opera di papa Agapito (533-536). Come evidenzia il Sapegno, Dante promuove Giustiniano a modello ideale di imperatore, il quale esercita il potere temporale in piena armonia col magistero spirituale della Chiesa. Inoltre Dante esalta Giustiniano per essere stato l’artefice e il promotore del «Corpus iuris civilis», testo di diritto civile realizzato da una commissione di giuristi presieduta da Triboniano tra il 528 e il 533. Con questa opera, per Dante, Giustiniano aveva assolto ad uno dei principali compiti di chi comanda: formulare le leggi e curare la giustizia come base di tutto l’ordine civile.


Cesare fui e son Giustiniano
Che, per voler del primo amor ch’i sento
D’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.
(vv. 10-12)



(In questa terzina del VI canto del Paradiso Dante fa parlare lo stesso Giustiniano che ricorda di essere stato imperatore e di aver promulgato il «Corpus Iuris Civilis», raccolta di leggi romane da cui l’imperatore eliminò le norme oramai rese desuete dal trascorrere degli anni e le inutili ripetizioni, «il troppo e ‘l vano»).


Infine Dante riteneva che Giustiniano, attraverso l’opera del suo generale Belisario, avesse ripristinato l’unità territoriale dell’Impero ed ottenendo notevoli successi, aveva riconquistato persino la stessa Roma. Quindi Giustiniano venne scelto da Dante perché costituiva un modello per gli imperatori del suo tempo, che si disinteressavano di ricongiungere le varie regioni ed in particolare di riaffermare il loro potere sull’Italia e su Roma.


A Dio per grazia piacque di spirarmi
L’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai l’armi
(vv. 23-25)
(Dio gli ispirò “l’alto lavoro” a cui si dedicò interamente,
affidando il comando militare al generale Belisario).



A. Vellutello - Dante e Giustiniano (Paradiso V-VI)
Nei versi iniziali del VI canto (1-5) Giustiniano fa menzione del trasferimento della capitale dell’Impero romano da Roma a Bisanzio, realizzatosi per volontà di Costantino nel 330 d.C. La perifrasi «contr’al corso del ciel» (v. 2) con la quale Dante evidenzia il trasferimento della capitale da Occidente ad Oriente, in direzione opposta al movimento naturale del sole e dei pianeti, viene spesso interpretata come una implicita condanna nei confronti di una decisione che sottraeva a Roma la funzione di centro dell’impero che le spettava per diritto divino. L’aquila romana si trasferiva nuovamente in Oriente, non lontano da quella località dell’Asia Minore, Troia, da cui era partita in origine, quando Enea, l’ «antico che Lavinia tolse» (v. 3), abbandonò la sua città conquistata e distrutta dai Greci. Dante pertanto unisce gli accadimenti leggendari sull’origine di Roma, narrati da Virgilio nell’ «Eneide», al fatto storico del trasferimento della capitale dell’impero. A Costantinopoli l’aquila romana sostò «cento e cent’anni e più» (v. 4) prima di giungere nelle mani di Giustiniano. In realtà tra il trasferimento della capitale e la nomina ad imperatore di Giustiniano nel 527, trascorsero quasi duecento anni. Sicuramente Dante seguiva le datazioni riferite dal fiorentino Brunetto Latini nel «Tesoro», che collocava i due avvenimenti al 333 e al 539.


Poscia che Costantin l’aquila volse
Contr’al corso del ciel, che la seguìo
Dietro all’antico che Lavina tolse,
cento e cent’anni e più l’uccel di Dio
nello stremo d’Europa si ritenne
(vv. 1-5)



Lo stile del canto è abbastanza sostenuto. Il tono epico è presente in tutto il discorso di Giustiniano. Per questo motivo Dante utilizza gli strumenti della retorica, come la perifrasi, la metafora, l’anafora, riuscendo ad elevare il tono di ciò che racconta e ponendo l’aquila imperiale come la sola protagonista di questa epopea terrena. Comunque la parola «aquila» verrà utilizzata una sola volta nel canto, al primo verso! Altre volte si riferirà ad essa utilizzando perifrasi o metafore come ad esempio al verso quattro «uccel di Dio», «sacre penne» al verso sette, «sacrosanto segno» al verso trentadue, «le sue ali» al verso novantacinque, «artigli» al verso centosette. Per il poeta è l’aquila la vera protagonista di tutte le imprese vittoriose dei Romani. Così che risulta evidente come gli uomini sono solamente dei miseri strumenti di un disegno superiore che si incarna nell’effige imperiale. Dante utilizzando nella narrazione la terza persona del passato, ricrea il poema epico dove l’eroe è uno solo, anche se prende diverse sembianze.


Dante nomina nel canto settimo sei imperatori: Cesare, Augusto, Tiberio, Tito, Giustiniano e Carlo Magno, tutti necessari per gli accadimenti storici di cui sono protagonisti come strumenti nelle mani di Dio. Pertanto al settimo posto è pensabile che Dante volesse collocare Arrigo VII. Non è conosciuta la data in cui venne composto questo canto (forse tra il 1310 e il 1313), ma è probabile che il poeta, mentre lo componeva, ritenesse ancora che Arrigo sarebbe stato in grado di accaparrarsi la settima posizione in questo elenco di imperatori.
È opportuno soffermarsi sui dati della biografia dantesca di Giustiniano. Gli studiosi hanno evidenziato i frequenti errori in cui il poeta incorre e che molto probabilmente erano presenti nelle fonti a cui si rifece. Dapprima l’adesione di Giustiniano all’eresia di Eutiche è solo una leggenda priva di ogni fondamento. Inoltre Dante ignora la dura sorte che l’Augusto riservò a Belisario, incarcerato nel 562.
Tutto ciò evidenzia come «il senso scientifico della storia manca del tutto al Medioevo, età in cui sono più importanti i nessi tra Dio è l’uomo, che non tra le cause e gli effetti» afferma la Garavelli. Vorrei ricordare, a questo punto, le parole del critico dantesco Brezzi:« le osservazioni storiche che possono essere mosse a questi versi biografici su Giustiniano, sono molte, e quasi tutte porterebbero a constatare gli errori in cui è caduto Dante. Tuttavia, che cosa avremmo ricavato con questo? Nulla, perché quello che interessava il poeta non era il particolare erudito, bensì il modello di imperatore cristiano, che governava d’accordo con il supremo magistero ecclesiastico, si dedicava ad opere di pace e di giustizia, ovvero poneva nelle conquiste uno scopo di bene e di ordine, e quindi riceveva, in terra come in cielo, il premio e la gloria». 
Giampiero Lovelli


BIBLIOGRAFIA

G. OSTROGORSKY, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino 1968;
W. TREADGOLD, Storia di Bisanzio, Il Mulino, Bologna 2005;
A cura di N. SAPEGNO, La Divina Commedia di Dante Alighieri, vol. III Paradiso, La Nuova Italia, Firenze 1970;
A cura di B. GARAVELLI, La Divina Commedia. Canti Scelti, Bur, Milano 2006;
E. GUIDORIZZI, Leggendo la Divina Commedia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2005; 

Il presente articolo è un estratto della rivista on-line BASILEIA n.3
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