venerdì 22 luglio 2016

I barbari alle porte: l’epoca delle invasioni che sovvertì l’impero - Andrea Santoro






Andrea Santoro, docente di Lettere in una scuola secondaria di primo grado, ha conseguito la laurea in Storia medievale presso l’Università degli Studi di Pisa, discutendo una tesi sui cavalieri della magione del Tau di Altopascio. Da diverso tempo si dedica allo studio, con impegno e serietà, degli ordini cavallereschi e del periodo storico tardo antico. Ha dato alle stampe un buon numero di testi ed articoli. In particolare è doveroso rammentare il libro Fortezze, rocche e castelli in Lucchesia e Garfagnana. Ha curato l’organizzazione di diversi convegni su scrittori del calibro di Tolkien e Dante, come pure sull’epoca medievale e moderna per conto dell’assessorato alla cultura del comune di Borgo a Mozzano (LU).



Invasioni barbariche


Di particolare importanza per una piena comprensione del volume I Barbari alle porte: l’epoca delle invasioni che sovvertì l’impero (pubblicato nel mese di aprile del 2016) risulta l’introduzione. Nella stessa l’autore si domanda se: «i Barbari portarono soltanto distruzione o furono invece tra i padri dell’Europa e se il loro impatto sui Romani provocò lo scontro devastante tra due campi rigidamente ostili o piuttosto un confronto reciproco». Prosegue affermando che: «la realtà spesso è più complessa di quanto appaia e la storia richiede sempre una rilettura alla luce delle nuove fonti acquisite. … Questo lavoro nasce con l’intento di far comprendere come le invasioni barbariche, ovvero quel complesso, plurisecolare fenomeno di continue migrazioni di popoli dalle brume orientali fino al cuore dell’Impero Romano, abbia costituito un importante tassello, … che nella contaminazione delle società del tempo dette vita al variopinto mosaico che gli storici hanno chiamato epoca tardo-antica (compresa approssimativamente tra i secoli III e VI d.C.). … Solo oggi, infatti, la tardo antichità – ovvero il periodo che grosso modo va da Diocleziano e Costantino, fino alla deposizione di Romolo Augustolo -, grazie ai recenti studi sulle sue istituzioni politiche, ha cessato di esser considerata un periodo di decadenza, quanto piuttosto un’epoca con una propria dignità, che da un lato ebbe anche forti caratteri autenticamente antichi, dall’altro però – soprattutto in seguito alla formazione della chiesa cristiana e alla cristianizzazione dello stato, della società e della vita culturale – creò i principali presupposti strutturali del medioevo». 

Il docente spiega brevemente che la caratteristica dell’età presa in esame sia consistita nell’aggregazione di elementi diversi quali il patrimonio culturale romano, il Cristianesimo ed il complesso di valori e modelli di molteplici popoli originari delle steppe euroasiatiche o delle terre situate al di là dei fiumi Reno e Danubio. Gli storiografi europei e americani, e non solo loro, da sempre si sono interessati al tema delle migrazioni (o, dal punto di vista degli antichi Romani, delle invasioni) barbariche, consistenti in uno spostamento imponente e definitivo, dall’Asia all’Europa, di molte popolazioni che, già prima del IV secolo d.C. fino ad arrivare al quinto, raggiunsero e fissarono la propria dimora in province che un tempo erano appartenute all’Impero Romano. Il Santoro continua sostenendo che: «poche vicende come queste hanno prestato il fianco ad approssimativi confronti legati a ciò che nel frattempo avveniva nel quotidiano, così come a fuorvianti ideologizzazioni: pericoli, questi, ancora presenti nel contesto storico in cui viviamo, che si spiegano, seppur a stento, solo tenendo conto del legame che congiunge intimamente il fenomeno delle invasioni barbariche a un avvenimento eccezionale come la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, identificato dai più come la fine dell’antichità. Si è così affermato, ai primi del Novecento, il concetto di tramonto dell’Occidente elaborato dallo storico tedesco Oswald Spengler a cavallo tra il 1918 e il 1922, rimarcato ulteriormente nel 1947 da André Piganiol nella sua opera L’empire chrétien, in cui lo stesso affermò che la civiltà romana non è morta di una bella morte, è stata assassinata. Ovviamente l’assassinio in questione era stato perpetrato, secondo l’accademico francese, dai popoli germanici e delle steppe asiatiche. … Più pacato, e plausibile, anche alla luce delle nuove interpretazioni storiografiche, il giudizio di un altro storico francese, Ferdinand Lot, che associò la fine dell’Impero Romano a una malattia interna che chiamava in causa dinamiche più complesse. Va poi aggiunto che, al pari di queste, hanno similmente beneficiato di largo consenso altrettanto deboli interpretazioni di matrice razziale, che opponevano alla mollezza di un basso impero, inefficiente e in declino, la vitalità sana e incontaminata dei nuovi popoli germanici, integerrimi nei costumi e portatori di una sana virtù militare». 


Unni all'attacco di Roma. Dipinto di Ulpiano Checa

Inoltre l’autore sottolinea come non sia possibile equiparare la civiltà germanica a quella barbarica, dal momento che la prima fu solamente uno degli aspetti della seconda, la quale risultò formata soprattutto da popoli che si spostavano continuamente, non avendo sede fissa, e provenienti dalle steppe euroasiatiche, i quali esercitarono una forte influenza sul modo di vivere delle diverse genti germaniche. Oltre a ciò nel secolo XX, e pure nella storiografia marxista, si è evidenziato come la remota civiltà germanica avesse una comunità organizzata di individui giusta, al contrario di quanto accadeva nell’Impero Romano dove era presente una società tirannica e autoritaria. Il docente termina l’introduzione dichiarando che: «le diverse interpretazioni storiche sono state anche un’espressione dell’appartenenza geografica: se da un lato gli accademici italiani e francesi – facendosi interpreti del comune sentire dei loro lontani antenati che furono vittime dei Barbari -, per definire tale fenomeno di così vasta portata hanno usato il termine di invasioni barbariche (che racchiude in sé il presupposto neppure tanto velato della supremazia della cultura greca e latina), i loro colleghi tedeschi hanno invece coniato la locuzione migrazione di popoli, senz’altro più giusta per descrivere obiettivamente i fatti, seppur alla base di questa si celi in realtà, a sua volta, la volontà di dar nuovo valore alla componente germanica. Si comprende quindi come nessun evento storico al pari di questo si sia prestato in passato, e si presti tuttora, a giudizi deformanti: basti pensare come anche oggi il continuo flusso migratorio di disperati, che si spostano dal mondo indigente e belligerante fino ai nostri lidi, venga equiparato alle precedenti invasioni soprattutto da chi, di fronte al mutamento inarrestabile, erige barriere, mentali e non, in una strenua difesa dello status quo».


In questa opera il Santoro afferma che nessun tema come le invasioni barbariche ha destato tanta attenzione negli autori di trattati storici. Utilizzare al giorno d’oggi la locuzione i barbari alle porte, indica il fare uso di una espressione antiquata, adoperata quando si ritiene prossima una contrapposizione di civiltà, supposta più che effettiva. Il barbaro era ritenuto dai Romani un uomo primitivo e selvaggio, ma di cui l’impero necessitava. Nella tarda romanità, sostiene il docente, ebbe inizio l’incontro-scontro sistematico tra Romani e barbari che portò pian piano ad una vera e propria aggregazione (avvenuta pienamente in età medievale) tra il patrimonio culturale latino e le usanze e consuetudini delle popolazioni germaniche e delle steppe, il tutto modellato dal Cristianesimo. 


Utile risulta la bibliografia posta alla fine del volume. Il giudizio non può che essere positivo sul libro sul quale si è discettato fino a questo momento. Il linguaggio è semplice, scorrevole e comprensibile. Il rigore storico dell’autore non viene mai meno. Un testo meritevole di attenzione che si consiglia di leggere e regalare a coloro che sono interessati alla storia romana, in particolare alla tardo antichità. 






Titolo: I barbari alle porte: l'epoca delle invasioni che sovvertì l'impero.

Autore: Andrea Santoro

Editore: Arkadia

Pag. 120




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